Chiara

Ho compreso che c’era qualcosa che non andava non appena ho messo piede nel locale. Un gruppo di persone che conoscevo si è voltato a guardarmi con l’a- ria smarrita di chi non si aspettava di vedermi lì. Ho avvertito il calore avvamparmi la nuca e le guance infiammarsi. Ho mosso qualche passo verso la festeggiata stringendo un pacchetto tra le mani, mentre lei afferrava il cellulare con l’aria spaventata.
Ci siamo fissate per qualche secondo.
«Cameriere, può aggiungere un coperto…?» la sua voce è emersa nitida tra il brusio di sottofondo.

«Buon compleanno» ho detto sperando che il mio imbarazzo non si svelasse per la paura che era.
Mi sono seduta e ho atteso che una cameriera con i capelli dai riflessi viola mi portasse un bicchiere. Ho afferrato la bottiglia d’acqua e ho risolto il più semplice dei miei problemi. Ho bevuto trattenendo le lacrime con tutta la forza che possedevo.
Quella mattina il gelo non aveva mollato un istante. Aveva iniziato a piovere all’alba e raggiungendo l’ufficio avevo tirato un sospiro di sollievo. C’ero riuscita. Avevo sfidato l’acqua mentre il cielo si faceva sempre più minaccioso. Mi ero concentrata sulle parole di mio padre e, stringendo così 

forte il volante da far- mi diventare le nocche bianche, ero arrivata a destinazione.
Avevo acceso il computer e atteso che la sua luce azzurra illuminasse le mie mani. Dovevo controllare le scadenze, la priorità assoluta, ma qualcosa mi ha distratto. C’era una mail da leggere. Il mittente era una mia collega e l’oggetto era inequivocabile: Ci ve- diamo stasera. Nel corpo, poche righe sotto, veniva ricordato l’evento a cui evidentemente ero stata in- vitata anch’io. Possibile che l’avessi scordato? Avevo controllato l’orario dell’appuntamento e pensato che forse quella poteva essere la risposta a tutto. Avrei trascorso una serata in

compagnia di colleghi con cui non avevo mai scambiato molte parole. Quella sera anch’io avevo da fare fuori casa e forse avrei scoperto che la loro freddezza si scaldava durante la notte, che avevano mondi che desideravano condividere an- che con me. Mi sembrava bello e per la prima volta mi sentivo inclusa in qualcosa.
Avevo lavorato con energia. Volevo portare a ter- mine i miei compiti così da potermi concedere di usci- re il prima possibile. Volevo passare ad acquistare un regalo e tornare a casa in tempo per cambiarmi.
Avevo in mente l’abito di pizzo che albergava nel mio armadio da anni in attesa di un’occasione per essere indossato. Pensavo a come acconciare i capelli nel caso non avesse smesso di piovere e alla necessità di avvertire mio padre che avrei cenato fuori.
«Ho un invito a cena!» gli avevo detto appena varcata la soglia.
Il suo volto si era illuminato. Ormai eravamo soli da oltre quindici anni. Una convivenza strana, la nostra, rispettosa e affettuosa. Lui era un uomo an- cora giovane che si era dedicato solo a me da quando mamma era morta. Ogni sera ci sedevamo a tavola dove lui mi serviva quello che aveva preparato appena rientrato dal lavoro e io, ogni tanto, scarta- vo un dolce che ero riuscita ad acquistare prima che la pasticceria chiudesse. Qualche volta ci concedevamo una serata al cinema o a teatro. Ci incontravamo nel foyer o davanti alla biglietteria, scappavamo a prendere un panino al volo per poi tornare a metterci in fila.
«È troppo stropicciata? Si vede che non mi sono cambiata?» chiedevo appena lo raggiungevo, stirandomi la gonna con le mani.
«Sarò l’uomo più invidiato della sala…» mi rispondeva invariabilmente lui prendendomi sottobraccio. Non affrontavamo mai argomenti troppo privati che riguardassero i nostri sentimenti. Solo una volta lo vidi diverso.
La primavera era iniziata da un po’, le giornate si stavano riscaldando appena e lui sembrava molto pensieroso.
«Oggi, in pausa pranzo, sono andato a passeggia- re in spiaggia…» mi disse. Era un giorno di pioggia e questo aveva un significato preciso. A mia madre piaceva correre a piedi nudi sulla sabbia quando il cielo si rannuvolava e le gocce iniziavano a scendere.
Rimanemmo in silenzio un momento cercando di cullare quella frastagliata scheggia di ricordo che avevamo di lei. Ognuno come poteva.
Nei giorni che seguirono lo osservai mentre, da- vanti allo specchio, si aggiustava la cravatta e si spruzava il dopobarba e non potevo non ammettere che mi sembrava diverso, come se avesse smesso di esse- re solo mio padre.
Una sera rientrò tardi, oltre il solito orario. Da quando ero tornata trovando la casa buia lottavo con l’agitazione. Guardavo l’orologio sapendo di non avere nessuno da chiamare in caso di emergenza. Sentendo la porta aprirsi, il mio cuore sobbalzò con energia.
Lui era diverso. Avrei potuto giurarlo. Il suo sguardo, la sua camicia sgualcita e la cintura chiusa nel foro sbagliato mi raccontarono un’altra storia. E in quella storia c’entrava una donna. Abbassai la testa perché non mi vedesse arrossire. «Scusa il ritardo tesoro…» si limitò a dire. «L’importante è che stai bene…» gli risposi senza pretendere alcuna giustificazione. Lui si tolse la giacca e si arrotolò le maniche della camicia dirigendosi in cucina.
«Perché tu stai bene, vero, papà?»
Lui si fermò sulla porta e si voltò.
«Molto bene, grazie per avermelo chiesto!»
Fu una serata divertente. Papà aveva voglia di chiacchierare. I suoi colleghi, aneddoti bizzarri che accadevano in ufficio e le arrabbiature assurde del suo capo animarono la nostra cena.
Durò fino all’estate. Me ne accorsi una sera in cui lui tornò a essere l’uomo puntuale di sempre, come se un bellissimo tramonto si fosse portato via la luce del sole. Riprendemmo la nostra solita vita, fatta di rassicuranti sguardi e poche parole. Non gli raccontai nulla nemmeno il giorno in cui conobbi il mio nuovo capo. Lo aspettavamo da tempo e quando si presentò, io sta- vo in un posto defilato della grande sala riunioni. Lui conquistò il capo del lungo tavolo che occupava gran parte della stanza e ci guardò. Appena udii la sua voce diventai paonazza, ero convinta di essere diventata luminosa come se un faro si fosse acceso nella mia pancia ma, quando mi voltai per sbirciare i miei colleghi, li trovai tutti intenti ad annuire verso la nuova autorità. Nessuno si curava di me, nemmeno quella volta.
Poche ore più tardi, lui entrò nella mia stanza. Allungò una mano e strinse la mia. Ricordo quel tocco perché mi fece trasalire. Ricordo l’imbarazzo nel guardarlo negli occhi e l’odore del caffè amaro che respi- rai in quel piccolo spazio formato tra noi. Tenni gli occhi fissi sulle sue gambe, come studiando il soffice cotone dei suoi pantaloni.

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